Il parlare in “altre lingue”: segno, dono e strumento di edificazione spirituale

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20.0 Introduzione

Tra tutte le dottrine caratteristiche del movimento evangelico pentecostale, nessuna è probabilmente tanto conosciuta quanto quella del parlare in altre lingue. Allo stesso tempo, poche dottrine sono state oggetto di tante incomprensioni, polemiche ed estremizzazioni.
Per alcuni il parlare in lingue rappresenta una manifestazione ormai cessata con l'età apostolica. Per altri è diventato quasi il centro della vita spirituale, al punto da oscurare la centralità di Cristo e dell'Evangelo.
La prospettiva biblica conduce a un equilibrio diverso. Il parlare in altre lingue è un autentico dono dello Spirito Santo, previsto nel Nuovo Testamento e sperimentato dalla Chiesa primitiva, ma non è il fine dell'opera di Dio. Lo Spirito Santo non è stato mandato principalmente per produrre lingue, bensì per glorificare Cristo, edificare la Chiesa e rendere efficace la testimonianza del credente.
Comprendere correttamente questa dottrina è quindi essenziale per evitare sia il rifiuto ingiustificato sia l'enfasi sproporzionata.

20.1 Che cosa sono le altre lingue?

Nel Nuovo Testamento il parlare in altre lingue consiste nell'esprimersi, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, in lingue che il parlante non ha appreso naturalmente. Dalle evidenze scritturali, è possibile distinguere due tipologie di “altre lingue”, la Xenoglossia e la Glossolalia.

La Xenoglossia è la capacità miracolosa di parlare una lingua umana realmente esistente (straniera), mai studiata o appresa in precedenza dal credente, comprensibile da chi parla nativamente quella lingua. Questa manifestazione è narrata nel capitolo 2 del libro degli Atti degli Apostoli, quando, nel giorno di Pentecoste, i pellegrini provenienti da molte nazioni udirono i discepoli parlare nelle loro lingue native.

La Glossolalia è l’espressione di una lingua spirituale o celeste, priva di una struttura linguistica umana riconoscibile, incomprensibile a livello umano, a meno che non intervenga il dono dello Spirito Santo di “interpretazione delle lingue”. Questa esperienza è presente in diversi passaggi del Nuovo Testamento e la manifestazione viene regolamentata da Paolo in 1 Corinzi 14.
In entrambi i casi si tratta di una manifestazione spirituale che non deriva da apprendimento umano.

20.2 La Glossolalia come segno ed esperienza personale

È importante distinguere tra il parlare in lingue come evidenza iniziale del battesimo nello Spirito Santo e il dono delle lingue descritto in 1 Corinzi 12. Nella prospettiva pentecostale:

  • tutti coloro che ricevono il battesimo nello Spirito Santo possono parlare in altre lingue come segno iniziale;
  • non tutti necessariamente esercitano il dono pubblico delle lingue nella stessa maniera o con la stessa frequenza.

Questa distinzione aiuta a comprendere armonicamente il libro degli Atti e le epistole di Paolo.

20.3 La Glossolalia come preghiera spirituale

Una delle funzioni più importanti delle lingue riguarda la vita devozionale personale. Paolo, infatti, scrive: "Chi parla in altra lingua edifica sé stesso." (1 Corinzi 14:4) L'edificazione personale non deve essere intesa in senso egoistico, significa che il credente viene spiritualmente fortificato nella comunione con Dio. Ed ancora: "Se prego in altra lingua, il mio spirito prega." (1 Corinzi 14:14) Le lingue permettono una particolare espressione della preghiera e dell'adorazione sotto l'azione dello Spirito Santo.

20.4 La Glossolalia e l'adorazione

Nel Nuovo Testamento il parlare in lingue appare frequentemente associato alla lode e all'esaltazione di Dio. Nel caso della casa di Cornelio: "Li udivano parlare in altre lingue e glorificare Dio." (Atti 10:46) Le lingue non sono principalmente orientate verso l'uomo, sono una forma di espressione spirituale rivolta a Dio. Paolo afferma: "Chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio." (1 Corinzi 14:2)

20.5 La Glossolalia nell'assemblea

In 1 Corinzi 12 e 14 Paolo affronta l'uso delle lingue nella comunità cristiana. Quando la manifestazione avviene pubblicamente, la Scrittura richiede ordine e interpretazione: "Se non c'è chi interpreti, taccia nell'assemblea." (1 Corinzi 14:28) Lo scopo rimane sempre la comune edificazione. Un messaggio espresso in lingue senza interpretazione non produce beneficio per l'intera comunità, con l'interpretazione, invece, la Chiesa può essere edificata.

20.6 Il dono dell'interpretazione delle lingue

Tra i doni spirituali elencati da Paolo troviamo: "L'interpretazione delle lingue." (1 Corinzi 12:10) Questo dono non consiste necessariamente nella traduzione letterale parola per parola, ma si tratta della capacità data dallo Spirito Santo di comunicare il significato del messaggio espresso in lingue affinché la Chiesa possa comprenderlo. In questo modo la manifestazione spirituale diventa utile all'intero corpo dei credenti.

20.7 Le lingue e l'intelligenza

Uno dei timori che talvolta emergono riguarda il rapporto tra spiritualità e razionalità. Paolo evita sia il razionalismo sia l'emozionalismo, infatti scrive: "Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l'intelligenza." (1 Corinzi 14:15) La vita cristiana autentica coinvolge entrambi le dimensioni; lo Spirito Santo non annulla la mente ma la illumina e la dirige. Le lingue non sostituiscono la comprensione della Parola, lo studio biblico o l'insegnamento dottrinale.

20.8 I benefici spirituali delle lingue

Secondo l'insegnamento biblico, il corretto esercizio delle lingue può contribuire a:

  • rafforzare la comunione con Dio;
  • sviluppare la vita di preghiera;
  • favorire l'adorazione;
  • edificare spiritualmente il credente;
  • sensibilizzare verso l'opera dello Spirito Santo.

Tuttavia, questi benefici non sostituiscono mai la necessità della santificazione, della crescita nella Parola e dell'ubbidienza.

20.9 Le lingue non sono il centro dell'Evangelo

Una delle precisazioni più importanti riguarda proprio questo punto: le lingue sono importanti ma la salvezza è più importante. La prova della spiritualità di una persona non è il parlare in lingue ma la sua relazione con il Signore, il suo amore per la verità e il suo carattere trasformato. Paolo attribuisce molto più spazio alla manifestazione dell'amore che alle lingue e questo fatto non è casuale.

20.10 Errori e fraintendimenti comuni

  • "Chi parla in lingue è automaticamente più spirituale": La maturità spirituale si misura dal frutto dello Spirito e dalla somiglianza a Cristo.
  • "Le lingue salvano o rendono superiori": La salvezza è ricevuta mediante la fede in Gesù Cristo.
  • "Ogni manifestazione deve essere semplicemente accettata": Per attestarne l’autenticità, la Scrittura richiede discernimento e ordine.
  • "Le lingue sono lo scopo finale dell'esperienza pentecostale": Lo scopo rimane sempre la glorificazione di Cristo e l'edificazione della Chiesa.
  • "Chi non ha vissuto questa esperienza è un credente di seconda categoria": Ogni credente è ugualmente salvato mediante il sangue di Cristo e appartiene pienamente alla famiglia di Dio, senza alcuna distinzione.

20.11 Applicazioni per la chiesa oggi

Chi comprende correttamente questa dottrina:

  • ricerca sinceramente tutto ciò che Dio desidera donare;
  • evita gli estremismi;
  • mantiene Cristo al centro;
  • coltiva una vita di preghiera profonda;
  • valorizza l'opera dello Spirito Santo;
  • esercita discernimento biblico;
  • desidera servire la Chiesa anziché attirare l'attenzione su sé stesso.

20.12 Versetti da consultare

  • Marco 16:17
  • Atti 2:1-11
  • Atti 10:44-46
  • Atti 19:1-6
  • Romani 8:26
  • 1 Corinzi 12:7-11
  • 1 Corinzi 12:28-31
  • 1 Corinzi 13:1-13
  • 1 Corinzi 14:1-40
  • Efesini 5:18-20
  • Giuda 1:20

20.13 Conclusione

Il parlare in altre lingue è una manifestazione dello Spirito Santo attestata nel Nuovo Testamento e riconosciuta dalla tradizione evangelica pentecostale come evidenza iniziale del battesimo nello Spirito Santo e come dono spirituale destinato all'edificazione del credente e della Chiesa.
Quando viene esercitato secondo i principi biblici, esso contribuisce alla preghiera, all'adorazione e alla crescita spirituale. Tuttavia, non costituisce il fondamento della salvezza né il criterio supremo della maturità cristiana. La vera spiritualità si manifesta innanzitutto attraverso l'amore, la santità, l'ubbidienza e la fedeltà a Cristo.
In un tempo in cui alcuni disprezzano questa manifestazione e altri la elevano oltre misura, la Chiesa è chiamata a recuperare l'equilibrio apostolico: accogliere con gratitudine tutto ciò che lo Spirito Santo opera, esercitarlo con ordine e discernimento, e mantenere sempre al centro Gesù Cristo, il Signore della Chiesa e il vero oggetto della nostra fede e adorazione.

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