Il canone delle Sacre Scritture

La questione del Canone è fondamentale per ogni credente che desideri fondare la propria vita sulla roccia della Verità. Il termine "canone" deriva dal greco kanōn (κανών), che originariamente indicava una "canna da misurazione" o un "regolo" utilizzato dai costruttori. Nel contesto teologico, esso definisce l'elenco dei libri che la Chiesa ha riconosciuto come divinamente ispirati e che costituiscono, dunque, l'unico standard normativo per la fede e la condotta cristiana. Comprendere come siamo giunti alla Bibbia che teniamo tra le mani non è solo un esercizio storico, ma un atto di fiducia nella provvidenza di Dio, il Quale non solo ha ispirato gli autori originali, ma ha anche vegliato sulla preservazione e sul riconoscimento del Suo messaggio attraverso i secoli.

Il concetto di canone e il suo significato spirituale

L'introduzione al tema delle Sacre Scritture non è solo un preambolo storico, ma la definizione stessa della nostra identità di credenti. Per comprendere perché il Canone sia così vitale, dobbiamo analizzare la necessità divina di fissare la Rivelazione in un corpo di scritti immutabile, affinché la Verità non andasse dispersa nelle nebbie della tradizione umana o delle opinioni soggettive. Come accennato, il termine greco kanōn (κανών) indicava originariamente uno strumento di misura, come un filo a piombo o un regolo utilizzato dai costruttori. Nel contesto della fede, il Canone non è semplicemente un "elenco di libri", ma è la regola stessa della Verità. In senso teologico, dobbiamo distinguere tra:

  • Canone Attivo: La Parola di Dio che, in quanto ispirata, ha l'autorità intrinseca di governare la Chiesa.
  • Canone Passivo: La lista dei libri che la Chiesa ha riconosciuto come dotati di tale autorità.

È fondamentale comprendere che un libro non è diventato "canonico" perché un concilio lo ha votato; al contrario, la Chiesa lo ha riconosciuto come canonico perché esso portava già in sé l'autorità del suo Autore divino. La Scrittura è autopistis (autentica in se stessa), non trae la sua validità dall'approvazione umana.

Perché Dio ha guidato la storia affinché il Canone venisse delimitato e chiuso? La risposta risiede nella protezione del piano della salvezza:

  • Preservazione della purezza: senza un confine netto, la fede sarebbe stata contaminata da filosofie umane o speculazioni mistiche. Il Canone funge da argine contro l'errore.
  • Accessibilità universale: Dio ha voluto che ogni generazione, in ogni luogo della terra, avesse accesso alla medesima sorgente di verità, senza variazioni o aggiunte arbitrarie.
  • Finalità della rivelazione: Poiché Cristo è la rivelazione suprema e definitiva di Dio (Ebrei 1:1-2), una volta che la testimonianza su di Lui e l'interpretazione apostolica della Sua opera furono completate, il Canone non aveva più necessità di essere ampliato.

L'approccio evangelico alla formazione del Canone riconosce la sovranità di Dio nel processo storico. Se crediamo che Dio sia l'Autore della Bibbia, dobbiamo anche credere che Egli sia stato capace di guidare il Suo popolo nel discernere quali libri fossero autentici. Questo processo non è stato privo di sfide. Nei primi secoli, i credenti affrontarono persecuzioni feroci dove possedere un libro sacro poteva significare la morte. Proprio in questo fuoco si forgiò la consapevolezza di quali testi fossero "degni di morire per essi". I libri che oggi compongono la nostra Bibbia sono quelli che hanno superato la prova del tempo, della critica e della persecuzione, dimostrando di essere strumenti viventi della grazia di Dio. Il Canone non divide, ma unisce la vera Chiesa universale. Esso permette a credenti di epoche e culture diverse di parlare lo stesso linguaggio spirituale. Quando citiamo la Bibbia, ci colleghiamo a una tradizione di fedeltà al testo che riconosce nella Scrittura l'unica voce del Buon Pastore: «Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono» (Giovanni 10:27). Il Canone è, in ultima analisi, la trascrizione fedele di quella Voce. Senza di esso, saremmo come navi senza bussola in un oceano di incertezza. Con esso, abbiamo la certezza della direzione e la solidità della Verità.

Il Canone dell’Antico Testamento: L'eredità di Israele

Per comprendere appieno l'autorità del primo patto, è necessario osservare come il popolo di Dio abbia riconosciuto, nel corso dei secoli, la voce del Creatore nelle testimonianze scritte. La formazione del canone dell'Antico Testamento non fu un evento improvviso, ma un processo di rivelazione progressiva e di riconoscimento comunitario sotto la sovranità divina. Il canone che noi oggi utilizziamo, composto dai 39 libri dell'Antico Testamento, ricalca fedelmente la struttura dell'antico canone ebraico, spesso indicato con l'acronimo Tanakh. Questa struttura riflette l'ordine storico con cui i libri vennero accettati:

  • La Torah (La Legge): I primi cinque libri di Mosè (il Pentateuco). Essi costituirono il nucleo primordiale e indiscutibile dell'autorità spirituale. Fin dal tempo di Giosuè, la "Legge di Mosè" era il punto di riferimento assoluto per la vita d’Israele («Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca», Giosuè 1:8).
  • I Nevi'im (I Profeti): Questa sezione include sia i "profeti anteriori" (libri storici come Giosuè, Giudici, Samuele e Re) sia i "profeti posteriori" (Isaia, Geremia, Ezechiele e i dodici profeti minori). Il riconoscimento di questi testi derivava direttamente dall'autorità profetica dell'autore, confermata dai segni e dalla fedeltà al messaggio mosaico.
  • I Ketuvim (Gli Scritti): Comprende libri sapienziali e poetici (Salmi, Giobbe, Proverbi), i cinque rotoli (Megillot) e i libri storici tardivi (Daniele, Esdra-Neemia, Cronache).

Un elemento cruciale per la delimitazione del canone fu la consapevolezza che la rivelazione profetica pubblica si fosse interrotta dopo il tempo di Malachia (V sec. a.C.). La comunità dei fedeli comprese che, fino alla venuta del Messia, non vi sarebbero stati altri testi dotati della stessa ispirazione divina. Questo spiega perché i libri cosiddetti "apocrifi" o "deuterocanonici", scritti nel periodo intertestamentario, non furono mai inclusi nel canone ebraico ufficiale. Pur avendo valore storico, mancavano del sigillo dell'ispirazione profetica che caratterizza la Parola di Dio.

Il canone dell'Antico Testamento ci è giunto principalmente in ebraico, con alcune brevi sezioni in aramaico (una lingua affine, utilizzata in parti di Daniele ed Esdra). La cura con cui gli scribi hanno tramandato questi testi è un miracolo della provvidenza. La scoperta dei Rotoli del Mar Morto nel 1947 ha confermato in modo straordinario l'accuratezza del testo che possediamo oggi, dimostrando che la Parola è stata preservata integra attraverso i millenni.

L'argomento definitivo per il credente rimane la testimonianza di Gesù. Nel Suo ministero terrestre, Egli non mise mai in discussione i confini del canone ebraico dell'epoca. Al contrario, lo usò come arma contro la tentazione e come prova della Sua identità messianica. Egli citò costantemente l'Antico Testamento come autorità suprema, affermando: «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire, ma per compiere» (Matteo 5:17). Gesù fece riferimento all'intera estensione delle Scritture ebraiche citando «dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria» (Luca 11:51), includendo idealmente dal primo all'ultimo martire del canone ebraico dell'epoca. Dopo la Sua risurrezione, Egli riaffermò la validità di tutte e tre le sezioni del canone: «Queste sono le cose che io vi dicevo quand'ero ancora con voi: che bisognava che tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi fossero adempiute» (Luca 24:44). In questa dichiarazione, Gesù non solo convalida l'Antico Testamento come Parola di Dio, ma lo presenta come un libro cristocentrico: ogni riga, ogni sacrificio e ogni profezia puntavano a Lui.

Il Canone del Nuovo Testamento: La testimonianza apostolica

Se l'Antico Testamento rappresenta la promessa, il Nuovo Testamento è il compimento glorioso della rivelazione in Cristo Gesù. La sua formazione è un processo affascinante dove la guida dello Spirito Santo si intreccia con la vita vissuta della Chiesa primitiva. Non si è trattato di una "creazione" di testi a tavolino, ma del riconoscimento di scritti che già possedevano un'autorità intrinseca, in quanto depositari della testimonianza apostolica. Inizialmente, l'autorità suprema per i primi cristiani era costituita dall'insegnamento orale degli apostoli, i testimoni oculari della risurrezione. Tuttavia, con l'espandersi della Chiesa in tutto il bacino del Mediterraneo e l'avvicinarsi della fine della generazione apostolica, divenne necessario fissare la «fede che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre» (Giuda 3).

  • Le Epistole: Furono i primi scritti a circolare (circa 45-65 d.C.). Paolo, Pietro e altri scrivevano per istruire, correggere e incoraggiare le chiese locali. Queste lettere venivano lette pubblicamente e scambiate tra le comunità (Colossesi 4:16).
  • I Vangeli: Furono redatti per preservare la memoria storica e teologica di Gesù. Marco, Matteo e Luca (i Sinottici) e successivamente Giovanni, fornirono il fondamento dottrinale sulla persona e sull’opera di Cristo Gesù il Signore.

Come facevano le chiese del II e III secolo a distinguere un testo ispirato da uno dei tanti scritti religiosi circolanti? Il processo di "canonizzazione" si basò su tre criteri oggettivi, sostenuti dalla testimonianza interiore dello Spirito Santo:

  • L'apostolicità: Il testo doveva avere un legame diretto con un apostolo. Ad esempio, il Vangelo di Marco fu accettato perché espressione della predicazione di Pietro, e quello di Luca in quanto frutto della collaborazione con Paolo.
  • La regola della fede (Regula Fidei): Il contenuto doveva essere coerente con l'intero corpo delle Scritture e con l'insegnamento di Cristo. Qualsiasi testo che introducesse dottrine estranee (come i vangeli gnostici che negavano l'umanità di Cristo) veniva immediatamente scartato.
  • Il consenso universale: Un libro veniva riconosciuto come canonico se la sua ispirazione era evidente a tutta la Chiesa, e non solo a una piccola setta locale. La sua efficacia spirituale e la potenza trasformatrice erano prove della sua origine divina.

Il canone non fu imposto da un imperatore o da un papa, ma emerse organicamente:

  • Il Canone Muratoriano (circa 170 d.C.): È il più antico elenco di libri del NT a noi pervenuto. Contiene già la stragrande maggioranza dei libri che usiamo oggi, dimostrando che l'accordo era quasi totale già nel II secolo.
  • I libri "contesi" (Antilegomena): Per un breve periodo, alcuni libri brevi (come ad esempio le epistole di Giacomo, Giuda, 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni) furono oggetto di discussione in alcune regioni. Questo dimostra l'estrema cautela e la serietà dei “padri” della Chiesa che non volevano includere nulla che non fosse di sicura origine divina.
  • La definizione finale: Con la 39ª Lettera pasquale di Atanasio (367 d.C.) e i successivi concili locali (come quello di Cartagine del 397 d.C.), la Chiesa ratificò ciò che era già una realtà di fatto: i 27 libri che compongono il nostro Nuovo Testamento.

Dobbiamo rifuggire dall'errore di pensare che la Chiesa sia superiore alla Bibbia perché ne ha "scelto" i libri. Al contrario, come un gioielliere non crea il diamante ma ne riconosce il valore, così la Chiesa ha semplicemente riconosciuto l'autorità che Dio aveva già impresso in quegli scritti. Il Nuovo Testamento è la voce del Figlio di Dio che parla alla Sua Sposa. Come credenti, riconosciamo che «Il Signore è lo Spirito; e dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà» (2 Corinzi 3:17). Quella stessa libertà ci permette oggi di leggere i 27 libri del Nuovo Testamento sapendo che sono la perfetta e completa rivelazione della Grazia. Sapere che il canone è chiuso significa che non dobbiamo attendere "nuove rivelazioni" o "nuovi vangeli". Tutto ciò che è necessario per la nostra salvezza e per la vita consacrata è contenuto in queste pagine. La nostra sfida non è trovare nuove rivelazioni, ma approfondire quelle che Dio ci ha già dato, lasciando che la Parola di Cristo «abiti in voi abbondantemente» (Colossesi 3:16).

Ispirazione, inerranza e sufficienza delle Sacre Scritture

Il punto cardine della fede cristiana evangelica non risiede solo nel fatto che la Bibbia sia un libro storico accurato, ma che essa sia ontologicamente diversa da qualsiasi altro scritto umano. Noi crediamo che «Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia» (2 Timoteo 3:16). Il termine greco theopneustos (θεόπνευστος) significa letteralmente "spiritata da Dio" o "esalata da Dio". La dottrina dell'ispirazione è quindi il ponte che unisce la sovranità di Dio alla partecipazione dell'uomo. Quando affermiamo che la Scrittura è "ispirata", non intendiamo un'ispirazione artistica o poetica, ma un atto creativo dello Spirito Santo. Il termine cardine è theopneustos (2 Timoteo 3:16), che indica come le parole della Bibbia abbiano la loro origine nel "soffio" vitale di Dio.

  • Concorso divino - umano: Dio non ha annullato la personalità degli autori (Pietro scrive in modo diverso da Paolo o da Luca), ma ha guidato le loro menti e le loro volontà affinché scrivessero esattamente ciò che Egli voleva comunicare, senza errore.
  • Ispirazione plenaria e verbale: Crediamo che l'ispirazione non riguardi solo i "concetti" generali o i temi morali, ma si estenda alle parole stesse (plenaria significa totale, verbale riguarda le singole parole). Gesù stesso confermò questa visione dicendo: «Perché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà» (Matteo 5:18).

Dalla dottrina dell'ispirazione deriva necessariamente quella dell'inerranza. Se Dio è la Verità e non può mentire (Tito 1:2), la Sua Parola riflessa nei testi originali è priva di errore in tutto ciò che afferma: non solo in materia di fede e morale, ma anche nei riferimenti storici e scientifici laddove intende insegnare una verità. L'infallibilità, d'altro canto, assicura che la Scrittura non verrà mai meno al suo scopo, cioè condurre l'uomo alla salvezza e alla piena conoscenza di Dio. Essa è la guida sicura che non trae in inganno il credente che si sottomette alla sua autorità. Un aspetto fondamentale per la nostra identità evangelica è la sufficienza delle Scritture. Crediamo che la Bibbia contenga tutto ciò che è necessario per la gloria di Dio, la salvezza dell'uomo e la vita cristiana.

  • Contro l'aggiunta di tradizioni umane: Se il canone è chiuso e la Parola è sufficiente, nessuna tradizione ecclesiastica può avere un'autorità pari o superiore alla Scrittura. Ogni dogma deve essere provato dal "Così dice il Signore".
  • Contro le "nuove rivelazioni": Sebbene crediamo fermamente nell'opera attuale dello Spirito Santo e nei Suoi doni (come la profezia), queste manifestazioni non aggiungono mai nuovi contenuti al Canone. La loro funzione è di esortazione, conforto o direzione specifica, ma devono essere sempre subordinate e vagliate alla luce della Parola scritta.

A differenza di altre tradizioni, la fede evangelica non include nel Canone i cosiddetti libri "deuterocanonici" o apocrifi. Questi testi, sebbene storicamente interessanti, non furono mai inclusi nel canone ebraico, non furono mai citati da Gesù o dagli apostoli e contengono dottrine che non concordano con il resto della rivelazione biblica. La Parola di Dio è autosufficiente: non necessita di aggiunte umane per completare il piano della salvezza.

Dio non ha scritto un libro comprensibile solo a una élite di studiosi. La dottrina della perspicuità insegna che le verità necessarie per la salvezza sono esposte così chiaramente che chiunque, usando i mezzi ordinari della grazia (lettura devota, preghiera, studio), può comprenderle. Certamente, esistono passaggi complessi che richiedono uno studio accurato del contesto linguistico (greco ed ebraico) e storico, ma il messaggio centrale - l'amore di Dio manifestato in Cristo - brilla di luce propria. Lo Spirito Santo, che è l'Autore ultimo, agisce come illuminatore, rendendo la Parola viva ed efficace nel cuore del lettore (Ebrei 4:12). Riconoscere l'ispirazione e la sufficienza della Scrittura trasforma la nostra lettura quotidiana. Non leggiamo per dovere religioso, ma per ascoltare la voce del Padre: «La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero» (Salmo 119:105). Quando ti accosti alla Scrittura, hai tra le mani il pensiero di Dio. Questo pensiero è la tua difesa contro l'inganno, la tua forza nella prova e la tua fonte di gioia ineffabile.

Applicazione pratica: Vivere sotto l'autorità della Parola di Dio

Il riconoscimento del Canone e la dottrina dell'ispirazione non sono meri postulati accademici, ma costituiscono il fondamento della sottomissione operativa del credente al Signore. Se Dio ha parlato in modo definitivo attraverso le Scritture, la nostra risposta non può essere solo intellettuale, ma deve tradursi in una trasformazione profonda dell'esistenza. In un mondo caratterizzato dal relativismo e dalla proliferazione di dottrine contrastanti, il Canone funge da "regolo" (κανών) immutabile. L'autorità della Scrittura è sovrana su ogni esperienza soggettiva.

  • Il vaglio delle esperienze: Nessuna visione, sogno o presunta rivelazione profetica può essere considerata autentica se contraddice o aggiunge contenuti dottrinali al Canone chiuso. Come i credenti di Berea, siamo chiamati a «esaminare ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così» (Atti 17:11).
  • La difesa contro l'errore: L'accuratezza teologica non è fine a sé stessa, ma serve a proteggere il gregge di Dio dai «venti di dottrina» (Efesini 4:14). La conoscenza sistematica della Parola è l'armatura del cristiano.

Esiste un legame indissolubile tra la Parola Scritta e lo Spirito Santo. Se l'ispirazione è l'atto con cui lo Spirito ha guidato gli autori originali, l'illuminazione è l'opera attuale con cui Egli apre l'intelletto del credente per comprendere e applicare quella stessa Verità.

  • Non una nuova rivelazione: L'illuminazione non conferisce "nuovi contenuti" oltre il Canone, ma rende "vivi" e "potenti" i contenuti già rivelati.
  • La Parola è "Spirito e vita": Senza lo Spirito, la Scrittura sarebbe "lettera che uccide"; ma sotto l'unzione divina, essa diventa «vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio» (Ebrei 4:12), capace di penetrare fino alla divisione dell'anima e dello spirito.

La Scrittura non è solo "un manuale" di informazioni su Dio, ma lo strumento principale della nostra santificazione. Dio usa la Sua Parola per modellarci all'immagine di Cristo.

  • La trasformazione del carattere: Attraverso la meditazione costante, la mente viene rinnovata (Romani 12:2). La Parola agisce come uno specchio che rivela le nostre mancanze e come un lavacro che ci purifica.
  • Equipaggiamento per il servizio: L'apostolo Paolo afferma che la Scrittura rende l'uomo di Dio «completo, pienamente fornito per ogni opera buona» (2 Timoteo 3:17). Non abbiamo bisogno di metodologie secolari o filosofie umane per compiere l'opera di Dio; la Bibbia è sufficiente per guidare la Chiesa nell'evangelizzazione, nel discepolato e nella cura pastorale.

Vivere sotto l'autorità del Canone significa anche vivere in una prospettiva profetica. Gran parte della Scrittura punta verso il futuro: il ritorno di Cristo, il giudizio finale e la restaurazione di tutte le cose.

  • La speranza beata: La fedeltà al testo biblico ci mantiene focalizzati sulla promessa del Suo ritorno. Questo non produce un'attesa passiva, ma una santità operosa e un ardore evangelistico, consapevoli che il tempo è breve.
  • La stabilità nelle prove: Sapere che la Parola di Dio non viene mai meno ci dona una pace che sorpassa ogni intelligenza, anche nel mezzo delle persecuzioni o delle crisi globali.

La sottomissione al Canone delle Scritture è, in ultima analisi, un atto di amore verso Cristo. Gesù disse: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola» (Giovanni 14:23). L'autorità della Bibbia nella tua vita non è un giogo pesante, ma la via della vera libertà.

Conclusione

Giunti al termine di questo percorso, riconosciamo che lo studio del Canone non è stato un semplice esercizio tecnico, ma un invito a contemplare la fedeltà di Dio nella storia. Comprendere come la Scrittura è giunta fino a noi ci conduce a una verità centrale: il Dio eterno ha parlato, e la Sua Parola rimane stabile nei secoli.

Sebbene la Bibbia sia stata composta in un arco di circa 1500 anni, da autori diversi per epoca, cultura e condizione sociale, essa manifesta un’unità soprannaturale. Dalla Genesi all’Apocalisse emerge un unico disegno: la redenzione dell’umanità in Cristo Gesù. Questa coerenza testimonia che dietro la mano degli uomini vi è stata la mente dell’Eterno. Per questo il Canone chiuso è per noi garanzia che la verità della fede non è soggetta a revisioni moderne, ma è stata consegnata «una volta per sempre» (Giuda 3).

Avere tra le mani la Scrittura completa è un privilegio che porta con sé una responsabilità: la Bibbia non deve essere solo studiata, ma ascoltata come la voce vivente di Dio. Non siamo noi a giudicare la Parola; è la Parola che giudica noi, penetrando pensieri e intenzioni del cuore (Ebrei 4:12).

Una corretta comprensione del Canone produce credenti saldi, capaci di affrontare le sfide del mondo sapendo che «la parola del nostro Dio sussiste in eterno» (Isaia 40:8). Ogni libro, capitolo e versetto che abbiamo esaminato ha un unico scopo, condurci a Cristo: «Voi investigate le Scritture, perché pensate di aver per mezzo di esse vita eterna, ed esse sono quelle che rendono testimonianza di me» (Giovanni 5:39).

Lo studio del Canone si conclude dove inizia la nostra speranza: nella visione del Signore Gesù. La Bibbia è la mappa che ci guida attraverso il deserto di questo mondo fino alla Nuova Gerusalemme. Finché Egli non tornerà, la Scrittura rimarrà la nostra luce nel luogo oscuro, la stella mattutina che annuncia il giorno perfetto. Per questo ti invito a non chiudere la tua Bibbia, ma ad aprirla con rinnovata meraviglia. Ogni volta che la leggi, ricorda il cammino millenario che quelle parole hanno compiuto per raggiungere il tuo cuore. Fa’ tua la preghiera del salmista: «Apri i miei occhi, perché io contempli le meraviglie della tua legge» (Salmo 119:18).

Accostiamoci dunque alla Parola con riverenza e fame spirituale. Essa è il mezzo attraverso cui il Signore ci parla, ci forma e ci prepara al Suo ritorno. Studiare la Scrittura non è solo un atto intellettuale, ma un incontro reale con il Verbo fatto carne.

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Dio ti bendica!

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